Dott.Joseph Pace

Quando le

“geometrie della memoria“

diventano arte .

L'evento è esposizione pittorica, ma è molto di più. Ciò che negli anni Ottanta scaturì dagli incontri di tre artisti - Joseph Pace, Paolo Maria Landi e Jean Marc Mayenga - ai tavoli del Cafè de Flore a Parigi non era solo il dialogo di tre intellettuali: dal dibattito sulla necessità per l'uomo di collocarsi in un centro e al tempo stesso alla base dell'esistenzialismo, dei nouveaux philosophes e dell'interdisciplinarietà epistemologica della Scuola di Palo Alto, già nota attraverso J.P.Sartre, B-H.Levy e G. Bateson, scaturì una vera e propria sensibilità filosofica, il filtranismo. La teoria filosofica filtranista, elaborata da Pace in sede teorica ormai una ventina d'anni fa, riconosce all'uomo la possibilità di riappropriarsi della capacità di essere “terzo” rispetto al vissuto, grazie ad un'abilità tutta intellettuale di saper fungere da filtro, lasciando quindi cadere i sedimenti che costruiscono la base della nostra personalità e facendo emergere le parti di una vita che va sempre interpretata ponendosi come centro catalizzatore. E tutto questo emerge nelle opere pittoriche di Joseph Pace, fatte di segni potenti, di colori forti dati spesso a corpo, che in alcune tele non sembrano volersi combinare, ma si affiancano gli uni agli altri per tessere trame di estrema semplicità, complicate dai toni alternativamente accesi e puri dei colori. Queste trame altro non sono che “finestre”, un diaframma tra il mondo interiore e il mondo esterno che, nella filosofia filtranista, è l'uomo nella sua capacità di pensare, sentire ed essere appunto “filtro” di tutto ciò che c'è o è stato intorno a lui. Nelle opere più recenti i segni si fanno più gestuali, più impazienti e riescono così ad organizzarsi in una sintassi complessa che, tuttavia, diviene vero e proprio linguaggio espressivo. Si individua un “prima” e un “dopo”, un “davanti” e un “dietro”, elaborazione pittorica di un percorso mentale che si accompagna alle pulsioni più intime del fare artistico e che attraverso i segni cerca di veicolare le tensioni emotive. Qui c'è lo svolgersi infinito della memoria nella coscienza umana, ci sono i drammi della storia passata e futura con l'angoscia e l'impazienza. Il titolo della mostra - “L'irremovibilità della memoria” - prende spunto da un momento vissuto da Pace nel 1996 a Madrid, quando in compagnia di amici ascoltava alla radio un programma sulla guerra civile spagnola. Le testimonianze di ex combattenti facevano rivivere l'emozione di battaglie e di vittorie, il dolore delle sconfitte, tutto sul filo della memoria che diviene per questo irremovibile. Proprio in questa irremovibilità della memoria si fondono inscindibilmente la diversità e la dignità umana, punto focale del filtranismo e aspetto molto caro all'artista. Joseph Pace nasce in provincia di Sondrio da una famiglia di intellettuali (lo zio materno Antonio Cardile è artista della Scuola Romana); trascorre l'infanzia nello Zaire, poi vive tra Roma, Parigi e San Paolo del Brasile. Già accademico nella facoltà di Sociologia dell'Università “La Sapienza” di Roma, si dedica a tempo pieno alle arti figurative. Il suo percorso intellettuale e la ricchezza di conoscenze trovano un inevitabile riflesso nella sua pittura, poiché dipingere è esigenza dello spirito e necessità dell'intelletto. Dentro una tela dipinta si nasconde sempre un universo di motivazioni e di significati profondi, che spesso non sono più contenibili o che l'artista desidera comunicare all'esterno. L'apparente semplicità e la gioia dei colori della pittura di Joseph Pace nasconde l'ironia di esprimere in modo elementare la complessità del pensiero sull'esperienza dell'esistere. Per questo, chiunque si trovi di fronte ad un'opera di Pace sarà in grado di condividere quei percorsi della memoria, del pensiero inconsapevole e forse, chissà, anche di riconoscere in quelle linee i percorsi della propria esistenza.

 

 

 

 

 


 

 

8:27 13-12-2017

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